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India: New Delhi, parte 1

Nota iniziale introduttiva: mi piace viaggiare e sono una persona piuttosto aperta e curiosa ma non sono una robboviaggiatrice pronta a tutto; so cose dell’India e ci feci pure una tesi di laurea ma non mi ritengo una tuttologa in materia. Scopo di questo resoconto è solo ... resocontare, dando in primo luogo mie impressioni personali, miei giudizi e pregiudizi (sfatati o non), più piccole informazioni di cultura eventuali che so.

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Se chi ben inizia è a metà dell’opera, appare vitale commentare in sintesi i vari paragrafetti della Lonely Planet , guida che ci accompagnò lungo il nostro viaggio in India (nota bene: avrei preferito forse la Routard ma l’aggiornamento del 2012 era disponibile solo in francese e non c’avevo voglia), in cui gli amici compilatori di guide si propongono di insegnarvi l’arte dell’uso dei soldi in India.

Ebbene, come tante facilonerie che vi ho trovato, cio è:
– di vitale importanza;
– irrealizzabile senza solide basi (aka una reale permanenza in loco).
Vale a dire: scordatevelo di non essere impapocchiati sin da subito; non so se è per lo sguardo spaurito o troppo attento che avrete girando per strada, per l’odore dell’indecisione o della paura che emanate, o semplicemente perché girate come dei babbazzi con la guida in mano (nota bene: è sempre bene evitarlo, ottimale sarebbe studiarsi le cose prima, o la sera prima), l’indiano medio i primi giorni vi inquadra subitissimo: siete dei niubbi dell’India. Non sapete le regole che vigono. Ergo, proviamo a fregarvi. Questo, sia chiaro, vale usciti dall’Aeroporto Internazionale Indira Gandhi di Delhi così come dalla stazione di Roma Termini (forse a Roma è anche peggio).

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Venendo alla mia esperienza personale. Bypasserò  la mia esperienza con il mitico Hotel “ho pianto la notte” New King, sintetizzando così: è vero che il quartiere di Paharganj è il più “vicino al cuore dell’India”. Tuttavia, e non è per l’aria insalubre e ricca di malaffare che si sente di primo acchito, solo in due righine la Lonely Planet si ricorda di dirci che è una zona in cui si spaccia, in cui c’è il più alto tasso di prostituzione della città, e cose carine così. E’ anche relativamente vicina al Red Fort eh, ma per inciso, è l’unica zona di New Delhi (e non) in cui ci fu proposta la simpatica truffa del “il mio tuk-tuk non può portarvi all’hotel che mi state indicando sulla mappa, vi porto prima all’ufficio turistico!”. La Lonely Planet per fortuna si era soffermata più e più e ancor più volte sul fatto che l’unico vero ufficio turistico di New Delhi si trovi a Connagauth Place, e che in ogni caso se persone random dal nulla cercano di portarti in un ufficio turistico stanno cercando invece di gabbarti in qualche modo.
Il sunto è: se appena arrivati in India fuggite da quella zona, non è che “Non volete vedere la Vera India” (cit.); semplicemente, visto che sapete già che il primo impatto sarà piuttosto brutale, è meglio non iniziare con… il “meglio”!

(Le citazioni sono sempre di Lucky, “gentile” gestore del New King. Ne troverete di più belle nelle recensioni più recenti presenti su tripadvisor. Nota: io usai hostelbookers…)

Tornerei quindi sul versante alberghi portandovi prima un po’ di acqua calda. Sapete, era il primo viaggio extrauropeo che facevo, e extraeuropeo in zona in via di sviluppo (checché il mondo sia pieno di ingegneri, astrofisici, e sì, anche venditori di rose e tassisti indiani), e devo dire che mi sono un po’ buttata sperando che la metodologia che avevo sempre usato viaggiando in tutta Europa funzionasse. Sapete, la standard in cui si incrociano ossessivamente pareri sul web, si prenota l’albergo e si va tranquilli.
Qui non funziona.
La prassi per scegliere il proprio pernottamento in India è sempre tassativamente la seguente:
1. scegliere budget, tipo di comfort richiesti, zona
2. consultare la guida
3. andare in loco
4. chiedere di farti vedere una stanza
5. se la stanza non piace per vari motivi (chessò, scarafaggi, lenzuola sporche di cacca, porta che va giù con un sospiro ecc…), o te ne fai far vedere un’altra (se i motivi sono i precedenti non penso manco serva), oppure si saluta allegramente e si torna al punto due per le volte necessarie.
Quello che posso dire con certezza è che, mediamente, una doppia decente verrà a costarvi circa 15 euro in tutto. Per meno di così, meglio portarsi lenzuola, spray antibestie e trappole per topi, farsi vaccini contro la qualsiasi, prepararsi a spostare i comò davanti alla porta d’ingresso, e soprattutto fare scorta di qualche santino, di qualsiasi religione. Di più religioni è anche meglio.

più della guida vi servirà QUESTO

Detto ciò, torniamo indietro e usciamo dal fighissimo aeroporto di New Delhi: altro che P.G., la “Vera India” la vedrete già qua: siate pronti ad iniziare le vostre contrattazioni per il trasporto locale!
Sui vari mezzi di locomozione ho speso qualche parola nel post introduttivo. Sulle contrattazioni, beh, quella è un’arte da imparare pian piano. La linea guida è la seguente: di media, i guidatori vi fregheranno alla grande perché già tengono conto del fatto che la vostra moneta sia molto più forte della rupia, e che quindi sarete disposti a spendere e spandere pezzi da 100 rupie come se fossero acqua. (E vabé, anche che siete dei turisti stanchi e ciolle umane, chiaramente)
…Peccato che, sì, 100 rupie sono poco più di un euro (nel giugno 2011 1 euro = 66 rupie), ma 100 rupie è anche il prezzo medio di un pasto completo per un indiano in un ristorantino turistico non esoso. Compreso questo, avrete già molte risposte. Il motivo per cui vi dico in lungo e in largo di stare calmi è che il valore dei soldi effettivo si capisce solo in loco.

 

Qualsiasi tuk-tukista vi sparerà le consuete 100 rupie standard (contano sul fatto che diciate sempre sì al loro prezzo, o che non abbiate banconote più piccole – al cambio non le danno mai e infatti anche se sospettavo cosacce non ho potuto esimermi da dare pezzi da 100 il primo giorno). Alcuni pure 200. Ebbene, per un trasporto dall’aeroporto al centro città tutto sommato 100 rupie sono un prezzo più che onesto. Di conseguenza ve ne chiederanno sempre di più. Se non siete ancora in contrattazione-mode (non preoccupatevi, dopo una settimana sarete pronti a sputare in faccia a chi sgarra di 5 rupie) “sucatevi la cucuzza” aspettando tempi migliori. Sennò: benvenuti, e inizia la “calorosa accoglienza” (cit Lonely Planet) del popolo indiano ai turisti.
Nota bene: si potrebbe usare per il taxi o la macchina privata ma, a parte che costa l’ira di dio, onestamente la distanza non è così eccessiva, è uno spreco di soldi! (inoltre, i tuk-tuk sono caratteristici e carini: aspirerete galloni di smog e sporcizia, ma ne vale la pena!). Meglio usare mezzi di locomozione altolocati per le lunghe distanze!

Ma dunque, alla fine, in che hotel siamo approdati? Dopo la mattinata passata fra tassisti prenotati disonesti (il tuk-tuk per l’aeroporto lo abbiam preso al ritorno!), mance esosissime senza saperlo, e il temibile Hotel New King (ho già detto di non fidarvi delle complessive buone recensioni di hostelbookers?), col Metodo Infallibile siamo alfine arrivati all’ Hotel la Sagrita (nome molto indiano, sì), che è ben sopra il nostro budget alberghiero ma che è in un quartiere super rispettabile (Sunder Nagar), ha l’aria condizionata, ti servono da mangiare ed è molto pulito. Stanze grandi ma spartane, però onestamente non chiedevamo di meglio dopo ore di viaggio aereo e un esordio così col botto.
Passammo diverse ore a grattarci la pancia a letto navigando su internet dal cellulare (cosa molto indiana lo so), e poi andammo all’avventura (a PIEDI)(nota: non osate in piena estate fare una cosa simile!) verso la zona del Red Fort.

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Una breve nota extra sulla prima impressione (perché a New Delhi ci saremmo tornati due settimane dopo per tre giorni e, vi giuro, dopo aver visitato città più povere e polverose, e soprattutto, arrivando dall’oscena Agra, vi sembrerà di essere in una città del futuro). L’ho letto per l’università e giustamente per questo mi è rimasto dentro solo l’impressione che mi aveva dato leggendolo, ma quando Moravia e Pasolini andarono in India per la prima volta, il nostro amico Pier Paolo tirò fuori dall’esperienza il suo libro-reportage “L’odore dell’India”. Se siete abituati almeno un pochino a viaggiare, questo già lo saprete da voi: anche più delle cose tipiche che avrete visto in foto prima di recarvi nei luoghi dei vostri desideri, in realtà quello che ricorderete più vivamente, con cui vi scontrerete sin da subito e che caratterizzerà maggiormente la vostra permanenza sarà l’odore del luogo in questione. I posti sono un po’ come le persone: possono essere belle o brutte, ma hanno tutta un’essenza particolare e specifica che le rende perfettamente distinguibili (per quanto mi riguarda, ad esempio, ci sono persone che hanno odore di pelle intollerabile, altre che sanno “di casa” e che mi bendispongono – anche che non conosco o con cui non ho confidenza!).
Usciti dall’aeroporto è proprio questo che vi farà più impressione; con la vostra auto o il vostro tuk-tuk attraverserete a velocità spericolate, mosse azzardate e millimetriche (in una stessa estate sono stata in India e in Turchia, e sono sopravvissuta – lo ricorderò sempre), sin da subito, parti clou della città. New Delhi è divisa per quartieri, ma alcuni aspetti si ripetono e/o sono frequenti in tutta la città o addirittura in tutto il Paese: il rumore incessante del traffico e dei clacson, una sensazione di placida decadenza che tenta di essere tenuta su… e l’odore. Se dovessi richiamare alla mente cosa rievoca di preciso l’odore dell’India, direi di sporco e terra (asfalto, questo sconosciuto), il tutto cotto dall’afosissimo sole tropicale, e intensificato dal numero spropositato di macchine, persone e animali che bazzicano per strada. A primo impatto è quasi insopportabile, e la sensazione è tipo soffocare in un’orgia odorale di natura umana e animale allo stadio primitivo; non sarete mai davvero pronti ad incontrare una simile realtà, e sospetto che, anche se tornassi in un luogo simile, o lo stesso, una seconda volta, la prima impressione sarebbe sempre la stessa: ti stupisci di come tutta questa gente sopravviva in questo tanfo. Ti chiedi come tu sopravviverai per le settimane che starai lì. Ma poi passerà del tempo e… ci si fa assolutamente l’abitudine.
Il primo giorno è comunque troppo presto per questo genere di discorsi, è ancora il tempo di “Dove sono finito?”, “Come farò a non farmi perculare?” “Perché non ci sono continuamente incidenti stradali?” “Wow!” e “Mamma!”.

Con questi presupposti, il pomeriggio dell’8 giugno, nostro giorno di arrivo a Delhi, abbiamo fatto ben poco, come ho detto. Dopo aver speso uno sproposito in tuk-tuk (3 euro circa, per la cronaca), abbiamo visitato il Red Fort: le foto le trovate su google, i turisti per entrare pagano il 100% in più degli indiani, già qui iniziò il nostro essere “rockstar” (vd intro), davanti al Red Fort c’è una moschea che era chiusa ma da fuori era molto bella. Al tramonto il calore è molto più tollerabile ma, meraviglia delle meraviglie, l’odore è davvero sempre lo stesso.

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Vienna – Pasqua 2012

Drive (2011) o anche: fare il corriere losco è meno pericoloso di farsi i cazzi della tenera e amata vicina di casa

“I don’t sit in while you’re running it down; I don’t carry a gun; I drive”

 

Premesse che si possono anche saltare, volendo:

Drive! Innanzitutto, provo estremo imbarazzo per la gente che andò al cinema convinta che Drive (imdb) fosse una sorta di Fast and Furious con Ryan Gosling (quello è Paul “Ken” Walker, comunque): già il poster raccontava un’altra storia, il canovaccio raccontava un’altra storia, e, per dio, ma qualcuno ha mai visto Ryan Gosling recitare in una tamarrata (come lo vorrei!! – fra parentesi)? Anche se recitasse in Battleship 2 – la vendetta delle ruote volanti incazzate , la sua presenza sullo schermo sarebbe assolutamente da Oscar, si sa. Ok, in realtà non era un punto primo, ma un “iddioryangosling!!!” – parte 2.

Secondo tutto: io ho studiato un po’ di cinema, ho studiato un po’ di semiologia, ma tendenzialmente faccio cacare in entrambe. Non sono una vera critica (né di cinema né di libri). Ho qualche competenza, ma non sono una specialista. Amo saperne molto,  non sapere tutto. Approfondisco, ma poi mi annoio e lascio perdere. Ho un amore estremo per i filmoni catastrofici americani e tendenzialmente mi vedo tutte le commedie sentimentali dell’anno, mentre il filone Dogma mi fa cadere le palle dalla noia, e non capisco quelli che non vedono l’ora di vedere film di cui san già dall’inizio che non capiranno un emerito (roba che serve un manuale di istruzioni per decifrare la trama).

Sono anche della scuola di pensiero che dice che, sì, trama e contenuto sono ovviamente connesse, tuttavia non sempre l’autore è pienamente consapevole di quello che sta realizzando (e si creano così seghe mentali assurde su “cose che l’autore ics stava cercando di dirci tramite la resa stilistica del testo ics”, a cui l’autore risponde “mi piaceva e basta”). Stavolta invece mi pare non troppo clamoroso focalizzarmi (pur con le mie carenze) sulla forma, perché la trama è estremamente semplice e potenzialmente banale (in breve: tizio fa il lo stuntman/meccanico di giorno, di notte il corriere che guida da dio. Ama una tizia. Il marito della tizia esce di galera e finiscono tutti nei cazzi. Il placido volenteroso driver è costretto ad agire); quello che fa fare il salto di qualità a Drive è proprio la forma, la sua resa estetica. Mi è capitato film senza forma apparentemente pensata, così come film di sola (complessa, intraducibile) poetica estetica, senza in realtà niente da dire. (ho già detto che odio le cose oniriche e cervellotiche, se non sono fatte estremamente bene o con un’unghia di affetto nei confronti di quel povero stronzo dello spettatore? Mai abbastanza). Questo non è un film del genere.

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Il vero intro:

Io i film rarefattamente ermetici e minimalisti li odio.
Sarà che non ci arrivo, sarà che spesso mi sembrano delle maniere hipster per fare film che in realtà non vogliono dire una cippa (un po’ come fare foto con Instantgram a oggetti inutili con filtro ad hoc, quale poesia! – da non confondersi con le foto ai tramonti, che sono solo banali), tendenzialmente quando mi ci imbatto mi viene da grattarmi dall’inizio alla fine (cosa mi gratterei non ve lo dico) e finisce che, che siano film indipendenti o d’autore, li prendo sempre con le pinze, se li prendo.

Invece Ryan Gosling lo adoro.
Sin dalla prima volta che l’ho visto, adulto (velo pietoso su lui adolescente in Young Hercules), in un film qualsiasi (era Half Nelson, lo ricorderò sempre), mi ha colpito come un treno in corsa. Bono è bono, ma ce ne sono tanti boni quindi non questa la discriminante. Il fatto è che ha uno stile di recitazione calcolato e finto-dimesso: non strafà, non batte i piedi per farsi notare, non fa manco troppo il figone (lo è già, a che je serve?); ha una sorta di placido carisma naturale che gli fa fare con (apparente?) semplicità qualsiasi parte, dall’insegnante da ghetto con problemi di tossicodipendenza e idealismo (è un problema anche il secondo, sì), allo psicolabile volontario, al gigione tombeur de femmes redento (anche io mi redimerei per Emma Stone), giusto per citarne alcuni. Fra lui e Justin Timberlake, quella fabbrica di ragazzini futuri complessati che è il Disney Club vorrei un sacco ringraziarla per i giovini attori di cui ci rifornì.

E, per questo, grazie a lui, ci ho provato.

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Andando al sodo. Non so se sia stato Ryan Gosling oppure il fatto che me lo sono visto sdraiata sul letto, col Notebook (ahah!) sulla pancia e di conseguenza lo schermo (e le casse) a pochi centimetri di distanza, ma l’esperienza estetica che ho provato guardando questo film ermetico e minimalista è stata estasiante.

Si nota già dal punto di vista, che non è nebuloso e vago come alcuni film di questo genere: i pdv sono generalmente del protagonista, un uomo senza nome che è silenzioso e parla solo proprio quando deve (un sogno, insomma!), ma ci comunica in maniera molto intensa tutte le sue (crescenti) emozioni tramite i movimenti del corpo (magone, tremolii impercettibili). E’ insomma una resa della narrazione molto introspettiva. Questa carenza di dialoghi non solo rende l’atmosfera come sospesa, di attesa, ma conferisce anche al protagonista una gravitas non indifferente (in parole povere, lo rende un gran fico).

Visto che la corporalità è il punto di vista sono così centrali nella narrazione, era davvero davvero necessario, oserei l’unica maniera per non banalizzare o rendere noiosa questa scelta, supportare il tutto con una resa visiva adeguata. Al di là dell’evidente tributo ai crime movies anni ’70, la fotografia instantgram-matica del film, ora notturna e placidamente inquietante, ora ricca di toni rossicci o ambrati, aspira a riflettere le sensazioni sensoriali del protagonista, non solo a essere parte della scenografia. Un esempio lampante è la sequenza in cui il giovinotto porta madre e bimbino in una innocente gitarella in auto: i colori diventano particolarmente “pieni”, e la luce sovraesposta (c’è un sole deliziosamente accecante e la macchina scintilla!), quasi a intendere che il protagonista vive questo momento per lui così inusuale come una sorta di sogno idilliaco, sospeso fra realtà e fantasia. E’ infatti l’unica parentesi totalmente “bucolica” del film, che in genere è invece permeato di una cruda e impietosa realtà (da b movie, oserei dire) (fate caso, le uniche due sequenze abbaglianti di luce naturale sono questa e… il finale. Il simbolismo è meraviglioso).

L’altro momento in cui avviene un contrasto di luci molto forte è ovviamente quella del bacio, che è effettivamente molto raffinata; quando un anno fa gente già vedeva questo film e ne rebloggava video e caps, ero rimasta sorpresa dalla resa visiva del momento. Sbagliavo. Introdotta all’interno del film, la scena è molto molto meglio. Anche qua avviene una sorta di sospensione di trama e dilatazione del tempo che fa un po’ pensare alla Recherche proustiana: il bacio sembra durare un’infinità, le luci calano come per magia escludendo dalla (potenziale) vista dei due ogni cosa che non siano loro, in quel momento; il protagonista esprime finalmente tutta la tenerezza che prova nei confronti della ragazza, sia approcciandosi a lei pian piano, sia, inconsciamente (?), “proteggendola” col proprio corpo, letteralmente parandosi davanti a lei, rispetto al punto di vista del potenziale aggressore. Poi le luci tornano normali, la velocità di narrazione torna normale, se non più veloce del normale, durante l’efferato confronto fra il protagonista e il killer mandato a farlo/li secco/chi. Questi due singoli particolari momenti fanno sì che, benché non si veda il momento in cui il protagonista si innamora della ragazza, né tantomeno ci venga da lui detto molto su ciò che lui prova per lei (salvo che è voglioso di rischiare le penne pur di proteggerla, ma vabé, quisquillie), sia chiarissimo il motivo per cui l’ha tanto a cuore: vede lei come motivo di salvezza, come l’unico squarcio di tenerezza in una realtà troppo dura, la speranza in un futuro migliore [1]. Ma, paradossalmente, è proprio a causa sua che, generalmente faccia imperscrutabile e nervi di ferro, prova paura: ha infatti qualcosa da perdere.

 

Altra componente “da sturbo” sono le inquadrature: a parte le da me amatissime caps in cui la gente si vede due volte riflessa da specchi (che possono essere i classici specchi da casa, come gli occhiali da sole, come i vetri dell’auto), la scelta solo sporadica di focalizzarsi su dettagli dell’ambiente o di corpi delle persone non fa altro che aumentare, per brevi intensi istanti, la carica emotiva del film. In particolare, sono rimasta folgorata da quella che passerà alla storia (!) come la “scena del martello”: il protagonista entra con aria estremamente BAMF col suo martello, pronto a far cacare in mano il tizio. Ma ogni inquadratura da vicino che gli viene rivolta, mira a far vedere il timore, la frustrazione, il desiderio di protezione (altrui) che letteralmente gli scuotono il corpo. Anziché risultare posticcio e pretenzioso e meramente pulp, il focalizzarsi sul tremolio della sua mano, sul momento in cui una goccia (di lacrime? di sudore?) gli cade dal volto, sulla mano che si torce, nervosa, sotto il guanto di pelle (oh, è un mio fetish, abbiate pietà), fa percepire in pieno lo strazio e la confusione, la rabbia e l’ira del protagonista. Una sorta di contraddizione in atto il cui motivo non è espresso ma chiaro.

[Lui è uno che non prende parte ai crimini, è in genere super partes, lui, semplicemente, “guida”. E’ un ruolo non suo, quello del vendicatore/salvatore. La sua vita, i suoi lavori, sono sempre nell’ombra: meccanico in officina (i meccanici lavorano sempre sotto le auto, e non si vedono, o sotto le alto alzate, e non si vede la faccia), stunt-man (fa l’ “ombra” del protagonista, peraltro indossando una maschera!), corriere notturno (non si sporca mai le mani, non fa il palo, non porta la pistola). Ma, per proteggere ciò che ha più caro, agisce in prima persona: se inizialmente vendica il suo mentore/(doppio)datore di lavoro di notte, indossando proprio la maschera che usa quando fa gli stunt, la vendetta finale, atta a liberare da ogni pericolo la ragazza che ha a cuore, la esegue in pieno giorno, e senza alcuna maschera.]

E, infine, anche la resa audio concorre alla realizzazione intimista del film. Al di là dell’azzeccatissima colonna sonora di cui credo bene si sia parlato in lungo e in largo, l’assenza di fiumi di parole, i famosi silenzi del film, danno la sensazione di “silenzio assordante”, soprattutto quando in sottofondo si sentono rumori ambientali, o di oggetti che si muovono in scena, o di sangue che schizza, secco o copioso. Ora, non so se il volume fosse particolarmente alto in questi momenti o semplicemente se avevo il laptop troppo vicino a me, comunque sia sti suoni mi sono rimbombati nel cervello, rimanendovi dentro.

Insomma, magari è un film un po’ indie, ma sicuramente non il solito (borioso, e palloso, e “che cazzo vorrà dire?” “batti cinque, tu che mi capisci, e fanculo gli altri”) indie movie. Nel suo raccontare cose in maniera sommessa e con poche parole (più che altro rantoli), ci dice di tutto e di più.

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[1] taccio (…not!) sull’ennesima rappresentazione della protagonista bionda e dall’aria adolescenziale, pura e timida come positiva donna salvifica, ancorché madre-coraggio, responsabilizzata sin da giovane e apparentemente non pentita di aver sfornato un pargolo così presto, frutto del suo amore per un uomo da niente VS la rossa donnaccia cattiva, che fuma ed è un (bel) po’ volgare, che, ovviamentemente, mentre si trucca di rosso le labbra (simbolo di puttanaggine), finisce malissimo. In sto film ci sono solo due donne che risaltano, a parte le donnine dei camerini. Ci feci 200 pagine di tesi su sto argomento, e cmq non è di questo che volevo parlare in questa sede (ma forse dovrei limitarmi a parlare sempre e solo di questo, ho il sospetto). Il sunto è: la morigerata donna “madre di famiglia” va bene, quella appariscente e disinibita se la piglia sempre lì.

 

[foto] il poster lo rubai a google, le caps sono mie:

#1 la macchina che scintilla; #2 inquadratura bamf bellissima (che segue lui che trema tutto, che splendore!); #3 e #4 sono una debole e vile creatura che va in brodo di giuggiole per i giochi di specchi.

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Dean Watson e Castiel Holmes

L’altra sera, recensendo positivamente una fanfiction slash (aka fanfiction con contenuti sessuali espliciti), mi è capitato di scrivere questa frase:

“A volte le PWP (“plot-what-plot?” aka fanfictions in cui le zozzaggini iniziano in maniera pretestuosa, senza una vera trama) o anche solo fanfiction porneggianti trattano SOLO di porno, e gli autori, non so, usano i personaggi di un fandom per fargli fare robe zozze senza farci sentire altro che non sia… porno. In sostanza, potremmo cambiare Dean e Cas, John e Sherlock, con il Fattorino delle Pizze (con capelli castano chiaro e una tendenza a mascherare il suo vero io) e la Babysitter (una eterea, awkward, speciale). Queste non sono buone fanfictions.”

Ora, non voglio aprire dibattiti su “cosa rende una slash fiction una buona slash fiction”, anche se sarebbe sociologicamente interessante nel caso avessi un pubblico più ampio degli amici cui linko le robette che scrivo. Piuttosto volevo farvi notare l’immediato parallelismo che mi è venuto da fare fra Dean e John, Cas e Sherlock.

Perché, signore e (pochi) signori, molti di voi si sono forse stupite/i che su tumblr molte fanciulle abbiano shiftato i loro interessi di fandom da Supernatural a Sherlock BBC. Personalmente, mentre vedevo Sherlock BBC per l’ennesima volta, stavolta focalizzandomi per curiosità esclusivamente sul(l’ implicito) JohnLock (così viene definita la ship fra i due protagonisti), non facevo altro che avere corto circuiti mentali dovuti alle somiglianze che percepivo col Destiel (la ship fra Dean e Castiel).

*prima di cominciare: pairingare/shippare una coppia non equivale matematicamente a immaginarsela bombante duro e senza un perché; e difatti, ad esempio, numerose fanfiction JohnLock hanno un Sherlock asessuale che ama John e viceversa ma senza alcunissima componente carnale*

Facciamo un esperimento. Vi racconto una certa storia (di amicizia, amore, sesso, come volete voi – se c’è una cosa che le fic insegnano, è che si può far leva su una qualsiasi citazione o un qualsivoglia sentimento espresso dal canon, e costruirsi un proprio universo AU sopra), usando un personaggio anonimo A e uno B per delinearla. Poi alla fine mi direte voi se/quando sto parlando di Dean e Castiel o di John e Sherlock.

***

Abbiamo un personaggio A che si è perso, è (come) costretto, che è una sorta di conchiglia senza più niente dentro. Quello che ha dentro lo tira fuori solo a tratti, di base recita ogni giorno della sua vita. Ha i capelli corti, quasi da soldato, color castano chiaro, una costituzione armonica ma impostata. I suoi abiti sono pratici e comodi, adatti alla sua personalità. Sottolineamo che A si bomba un sacco di femmine ma non intesse un reale rapporto d’amore con nessuna di esse, come se a tutte mancasse qualcosa.

E c’è un personaggio B, leggiadro, quasi etereo. Vestito a modo e avvolto da un soprabito, suo marchio di fabbrica, il suo aspetto riflette la sua natura di persona che sembra provenire da un altro mondo: magrolino (ma non fragile), carnagione pallida, capelli scuri difficili da governare (o se ne frega direttamente), occhi chiari, ipnotizzanti e magnetici. E’ proprio un individuo magico, dato che, non si sa come, riesce a leggere nella testa delle persone. Tuttavia, ha dei seri problemi a rapportarsi con gli (altri?) esseri umani, sembra che le convenzioni sociali non riesca a capirle (oppure se ne frega direttamente). Ama a morte quello che fa ma mai serialmente delle persone. E’ vergine, non si sa se per scelta o per disinteresse, dice comunque chiaramente che non gliene frega nulla dell’orientamento sessuale di chicchessia, è di mentalità aperta (essendo una creatura che sembra provenire da un altro mondo e superintelligente e coi superpoteri, ci mancherebbe!).

Apparentemente il personaggio A e il personaggio B bastano a se stessi (soprattutto il B); ma in realtà sono incompleti.

Tutto appare chiaro quando il personaggio A e B si incontrano. Il personaggio B salva (varie accezioni) il personaggio A all’inizio della storia, e praticamente per il solo fatto che il personaggio B vede sin da subito in A qualcosa di speciale, che A non riesce (più) a vedere. A con B accanto si sente (varie accezioni) vivo, scopre un motivo per continuare la sua patetica esistenza.

Per B, A fa poco, ma solo a chi non guarda con attenzione. B è un personaggio appassionato, che crede fermamente nei suoi ideali, ma ha una realtà un po’ sfalsata. I motivi possono essere diversi e non possiamo riassumerli con coerenza e precisione, fatto sta che è come se B fosse arido dentro, e da qua il suo problema con il gestire i rapporti interpersonali (e lo spazio personale, potremmo supporre?)(e faccio notare che spesso non ha spazio personale con A). A da questo punto di vista è l’opposto. Che si veda sin da subito o che lo tenga sapientemente nascosto, A è una persona sanguigna, ma non solo nei suoi ideali, bensì in praticamente tutto. Sente vera empatia con le persone (anche se gli ruga e cerca di trattenersi), ha un profondo amore per il genere umano; ha inoltre una chiara idea su cosa sia giusto e cosa invece sbagliato, finendo per fare da bussola morale, anche un po’ rompipalle, del clueless A.

Cosa ne pensano nello specifico A e B del loro rapporto? All’interno della storia, una buona parte dei personaggi non fa che ribadire di essere certa che la relazione di amicizia fra A e B sia in realtà una storia d’amore: raramente ci sono commenti di natura esplicitamente sessuale, quanto implicite affermazioni sulla natura romantica (platonica?) del loro rapporto.

A è il vero-omo-dentro, e quando sente ste robe fa tipo le facce “Ma no, sono così etero, io!!”. A volte, dopo aver bofonchiato qualcosa, rimane in silenzio, come se ci stesse pensando sopra.

B è impassibile. O non capisce, o non vuole capire, o quanto si continua a dire a A quanto sembra gaio o quanto B sembri gaio per lui, B purtroppo, semplicemente non è presente. E’ come se, nella storia, il problema non sia assolutamente il personaggio B, che infatti dichiara le sue opinioni “genderless” sui rapporti interpersonali d’amore. Un personaggio B potrebbe dire un secco: “I’m utterly indifferent to sexual orientation” (“Sono decisamente indifferente all’orientamento sessuale”), oppure, un dialogo fra un B e  A citerebbe:

A: “Quindi non hai una ragazza”

B: “Una ragazza? Non è esattamente il mio campo.”

A: “Mmh. Oh, ho capito. Hai… un ragazzo? E comunque non ci sarebbe niente di male”

B: (e la faccia che fa è più potente di una vistosa alzata di spalle) “Lo so che non c’è niente di male”.

In sostanza, B è possibilista ma in teoria asessuale (anche c’è chi teorizza sia invece demisessuale, che è una cosa IMHO terribilmente romantica). A è invece il classico tizio SUPERetero che però con una donna non riesce a costruire niente. Entrambi hanno degli evidenti problemi a costruire rapporti profondi con chicchessia (anche se A, ripetiamo, ha certo una forte intelligenza emotiva)(non con se stesso però), è come se non riuscissero a cliccare con nessuno, per davvero.

Ma dal primissimo momento in cui si incontrano, fra di loro ci sono scintille.

Roba che finiscono per rischiare/dare la vita l’uno per l’altro (non si sa perché, finisce che l’unico che apparentemente ci resta davvero è il personaggio etereo B – forse perché è maggggico e lo spettatore può credere più facilmente che si salvi?), anche se, come in ogni rapporto di coppia, c’è uno sbilanciamento. In molti (ogni?) rapporti interpersonali c’è chi fugge, chi rincorre (again: non si parla necessariamente di accezioni romantiche). Fra A e B succede lo stesso, anche se in questo particolare caso però il parallelismo non c’è (* dato che uno che si mette a 90 come Castiel non ce n’è, in sto mondo. E manco nel suo, penso)(* il motivo è forse che l’awkwardness di Castiel è dovuta alla sua innocenza/inesperienza, mentre per Sherlock è più una scelta, un modo di vivere).

***

Dunque allora, ne parliamo?

Ex die-hard Supernatural fans, vi sentite meno in colpa per la vostra virata di fandom (sempre se shippate)(siete in un fandom e non shippate, ci voglio proprio credere)?

credits:  l’immagine presente viene dal tumblr di reapersun: http://reapersun.tumblr.com/ Tecnicamente è una SuperWhoLock (Supernatural + Doctor Who + Sherlock), ma è così carina e ci sono ben tre fandom a me cari… come potevo non metterla?

 

The Office UK e il senso dell’ufficio

Io non ho mai lavorato in un ufficio. Nei miei ventisei anni di vita mi sono ritrovata su banchi di scuola, università o biblioteca, in mezzo a scaffali e magazzini di grandi negozi di articoli sportivi, in case di sconosciuti per fare ripetizioni, ma in ufficio, per lavorarci, non ancora.
La mia famiglia, tutta la mia famiglia, invece è da tre generazioni che bazzica negli uffici di una nota azienda italiana dal

brrrrrrr

colore giallo(fosforescente)blu. Con un misto di fascinazione e terrore ho ascoltato per tutto questo tempo gli aneddoti più disparati sulla tristemente famosa “vita da ufficio”, anche se devo dire nella top 3 le chiacchiere maggiori sono su: veri o presunti inciuci fra colleghi, scherzoni fatti fra colleghi e, alla top 1, le immancabili battute e barzellette a sfondo sessuale assolutamente di cattivo gusto che circolano dall’alba dei tempi. I tipi umani coinvolti in tutto ciò sono sempre i seguenti: quelli che hanno scelto il lavoro d’ufficio per vivere tranquilli; quelli che l’hanno scelto per mancanza di alternative; quelli che si sono illusi sarebbe stato un posto “per un po’” e sono finiti a lavorarci per quantant’anni. Occasionalmente capitano quelli che mirano a fare carriera e si spaccano il culo, o che si spaccano il culo e basta perché o non hanno altri interessi nella vita o per inclinazione personale.

E allora, se già lo sappiamo, che interesse ci sarebbe nel parlare di The Office UK (2001-2003) citando tutto questo?
Ho letto molte recensioni su questa che sottolineavano che il successo della serie è dovuto alla riuscita tipizzazione dei personaggi e al realismo dolorosamente umano della rappresentazione della vita d’ufficio, effetto aumentato dal tipo di prodotto che veicola la trama, il cosiddetto mockumentary (ie. un finto documentario). Niente di più vero.
Se collegate i personaggi di The Office con i tipi umani che vi descrissi poco sopra, noterete che fra le Poste Italiane e una fittizia industria della carta britannica non c’è alcuna differenza.
E, per quanto riguarda il realismo, nessun film struggente d’amore potrà mai ripetere la tristissima scena in cui Tim decide di botto di dichiararsi alla sua ragazza dei sogni: si toglie il microfono e crea per un paio di buoni minuti in silenzio assordante, per poi riaprire la comunicazione con la troupe e dirle(/ci), asciutto (lui che in genere è di tante parole e ci fa ridere di lui prendendosi in giro quando dichiara candidamente di essere un fallito nella vita): “Ha detto di no, per la cronaca” (youtube). Il cuore suo va in mille pezzetti; e anche il nostro.

 

Il punto non è solo quanto sia verosimile. Anche durante la visione, mi chiedevo piuttosto perché questa miniserie mi stesse piacendo così tanto. Come ho detto, io non ho mai lavorato in un ufficio e scommetto che molti degli estimatori di The Office (stando ai commenti che lessi su imdb e in giro sul web) hanno al massimo una vaga idea di cosa succeda in ufficio. Peraltro, in tutta onestà non ho mai visto un film ambientato in ufficio che non avesse dentro qualcuno che fa carriera, o che si suicida per la disperazione, in ufficio. Perché l’ufficio è oggettivamente una potenziale palla.
Persino per tre quarti del tempo in The Office non si capisce che diamine facciano sti impiegati dalla mattina alla sera, a parte digitare sulle tastiere dei loro computer, far squillare incessantemente i telefoni e fare le cose goliardiche da ufficio tanto narrate dalla mia famiglia. Che senso ha lavorare in un ufficio? Che stimoli dà lavorare in un ufficio? Non mi sentirò in gabbia stando in ufficio? Non avrei fatto meglio a mollare tutto e iniziare l’università di psicologia a 30 anni, anziché stare in ufficio? Sarò proprio costretto a dare retta a tutta questa massa di idioti, in ufficio?

Però. Fra figure di merda, scherzetti fra impiegati in cui vince la legge di Darwin (spera di essere dal lato giusto della catena alimentare, o adeguati), lavoro forse noioso ma non troppo stressante, ust e angst a palate, arrivi alla fine del Christmas Special (The Office UK consta di 2 stagioni per un totale di 12 episodi, più due Christmas Special) e pensi: non ho ancora ben capito cosa sia lavorare in ufficio, continuo a cacarmi pensandoci, ma se c’hanno fatto un film sopra e sto qua a farmi na maratona per vederlo, può darsi che in fondo non sia poi così male.

E per chi già ci lavora, c’è dignità pur nella (eventuale presenza di) mediocrità. Ma non solo: nell’amarezza cruda di The Office ci sono comunque vagonate di speranza. Perché, come saggiamente fanno dire a Tim: “Non so cosa sia esattamente un ‘happy ending’. La vita non è fatta di finali, no? E’ fatta di una serie di momenti, ed è come, sapete, se spegnete la telecamera, non è una fine no? Io sono qui, la mia vita non è finita. Tornate fra dieci anni, vedete come me la sto cavando a quel tempo, perché potrei essere sposato con figli, non lo sapete. La vita va avanti.”

La seconda serie finisce, e abbiamo tutti le palle a terra. Finisce lo speciale, e siamo tutti commossi e rinfrancati. E se alla fine ce la fa persino l’orribile David a citare la “filosofa” Dolly Parton con un “Se vuoi l’arcobaleno devi beccarti anche la pioggia”, c’è davvero speranza per tutti, tutti i giorni, e in tutti i posti di lavoro che in cui vi potrete mai trovare. Anche in un ufficio.

 

Martin Freeman (Tim) non lavora esattamente in un classico ufficio, ma qua voleva spararsi nelle balle (tirandoci dietro rage, kittens e jam)

Un’ottima recensione flash su tumblr:
“Some show Martin Freeman was in. My sister told me to watch it. It had something to do with paper, I think. And self-awareness, self-actualisation, hope, ambition, dignity, love, change, redemption, hidden dildos, gelatinous staplers, musical hats, Scotch eggs and interpretive dance – and the comic and/or tragic lack, loss or fear of any or all of the above.

It was pretty good.”

(trad: “Un qualche show con Martin Freeman. Mia sorella mi ha detto di vederlo. Aveva qualcosa a che fare con la carta, penso. E con consapevolezza di sé, realizzazione di sé, speranza, ambizione, dignità, amore, cambiamento, redenzione, vibratori nascosti, pinzatrici gelatinose, cappellini musicali, uova scozzesi e danza interpretativa – e la comica e/o la tragica mancanza, perdita o paura di qualcuna o di tutte queste cose.

Non era niente male.”)

***

(tutte le immagini vengono da http://fuckyeahtheofficeuk.tumblr.com)
(e sì, anche il wallpaper nell’header del blog rivela che finii a vedere The Office UK a causa del trauma post-Reichenbach)

Lisa Kleypas e i sogni sessuali delle donzelle di tutto il mondo

Dato che lessi ben tre libri della famosa Lisa Kleypas (ndkalla erano i primi 3 usciti by Mondadori, la mitica collana Emozioni*), mi permetto di tirare un sunto sulla sua produzione romance usando come schema questo libro (era L’amante di Lady Sophia, per la cronaca).

Profonda stima per le case editrici anglosassoni, che nascondono le copertine torbide con una sovraccoperta morigerata e sobria

L’eccitazione sessuale, si sa, nelle donne è più soventemente scaturita dalla fantasia che da questioni meramente visive; nella fattispecie in genere sono ambiti situazionali che destano e alimentano nelle menti delle fanciulle un’ardita voglia di carnalità. Risultato della cosa: quando si fanno trip erotici, tendono ad immaginarsi di far cose con degli “uomini senza faccia” (cit. Sally) che fanno loro le porcaggini più inaudite, con un filo di trama che le sorregga e sesso! sesso! e ancora sesso! con lui che ovviamente ti fa godere anche solo con la di lui presenza.

La Lisa lo sa. Maturato da penso ore e ore di onanismo che non vogliamo sapere se fosse mentale o pratico (presumibilmente entrambi), ha letteralmente trasposto dei sogni mentali di pulzella pruriginosa su carta. Esito: uomini fatti tutti con lo stampino, trame esilissime, sesso a gogo. E una protagonista perennemente evanescente con caratteristiche dalla dubbia forza e carisma praticamente assente, che esiste solo in quanto lo fa venire duro al protagonista praticamente dalla prima volta che egli posa lo sguardo su una di lei ciocca di capelli.

In tutti e tre i romanzi pubblicati dalla Mondadori sotto la collana Emozioni (sic!) mi è parso di leggere su carta i sogni sentimentalsessuali che una qualsiasi donna si fa ogni tanto prima di andare a dormire, come a raccontarsi un film romantico (che, insomma, al giorno d’oggi fanno di un cacare così immondo che ce li si deve immaginare!).
Così fu per Sognando Te. E anche per Sugar Daddy (anche se lì la Lisa tentò un lamissimo tentativo di introspezione psicologica e denuncia sociale, che se la poteva risparmiare). Dulcis in fundo, con L’amante di Lady Sophia. Ecco i nostri 3 romanzi.

Da noi le copertine o son troppo blande e poco pregnanti...

Il protagonista: moro e con gli occhi chiari. Fermo e deciso, a volte un po’ ingessato, ma qua e là con tocchi animaleschi e per di più tendente a battutine sardoniche da uomo vissuto. E’ matematico che pornoinimicizzi con la protagonista, e anche quando realtà se la vorrebbe bombare seduta stante ama languire e farla languire per prolungare i preliminari del gioco amoroso. Ma l’attesa è un dolce premio: scopa sempre e comunque da dio, e senza sbagliare mai un colpo! Mai nessuna defaillance, e il pene gli si rizza al minimo sentore della protagonista, quasi fosse la controfigura del personaggio stesso nei momenti hot! Conosce duemila e seicento giochi sessuali! Nessuno come lui ha mai fatto venire la protagonista! E poi nel suo lavoro è così figo e impetuoso, è il più bravo di tutti. Ma di questo ce ne freghiamo, perché pare sempre più interessato a passare giornate (!) in camera da letto anziché acciuffare i criminali! Ogni volta ha sempre una maschera che porta, per poi farsela disgregare come un fiume in piena (= è un duro col cuore di panna, SEMPRE) non appena arriva Lei, il suo Vero Amore.

La protagonista: i caratteri somatici cambiano a piacere, perché la Kleypas si auspicherebbe pian piano di fare romanzi con tutti i “tipi” di donna che sono soliti leggere i suoi romanzi. Nella fattispecie mi chiedo come mai non sia ancora spuntata fuori “la gattara” (ma è sostituita da “la vergine a 30 anni e passa) e “quella che dà esami e fra un testo e l’altro legge romanzetti” (ma è la versione beta e futura della precedente gattara, suppongo).
Dal punto di vista caratteriale… non c’è. Non si capisce manco perché lui la voglia, dato che il carisma di lui offusca sempre e comunque lei, fornendoci così un chiaro esempio del solito maschilismo al femminile che impera con grande fervore nei romance. Ebbene sì, anche se siamo femmine e indipendenti, vorremmo tutte un CONSERVATORAZZO

... o sono degne della copertina del miglior porno che potete trovare dal vostro rivenditore di fiducia (spero ne abbiate uno! Non ci son più i porno di una volta!)

D’ALTRI TEMPI che ci dice cosa fare e quando farlo e che ci maltratta per poi darci la caramellina del Vero Amore. O almeno, è quello che il nostro cervello si mette in testa di pensare quando agguantiamo questi romanzetti, lo so anche io. Penso in fondo sia una maniera di esorcizzare la famigerata parità dei sessi che rende i ruoli dell’uomo e della donna (fortunatamente) meno definiti e quindi più ricchi di zone oscure e fraintendimenti nel gioco di coppia.
Ad ogni modo, benché lei sia sempre descritta con aggettivi quali “dal gran temperamento” o “indipendente” o “allegra”, l’unica funzione dalla protagonista è letteralmente lasciarsi domare dal pitone del protagonista, nel mentre facendoci illudere che è invece lei ad aver destato in lui sentimenti mai visti prima, con le di lei sopracitate caratteristiche. Il problema è solo uno: le parole sono quelle, ma nella realtà la protagonista non è NIENTE. Non esiste. E in un certo senso sarebbe molto più facile immedesimarsi ed empatizzare con il personaggio maschile anziché con quello femminile, che non è altro che un oggetto esistente per fare risaltare lui, il maschio. In effetti è noto che la Kleypas faccia personaggi maschili notevoli… beh, è perché smorza più che può le sue protagoniste!

La trama: (sempre e comunque, con variazioni lame quale l’inizio di Sugar Daddy – dal cui empasse Lisa è dovuta uscire facendo fare al suo iniziale protagonista maschile una cosa fetente molto OOC “out of character”) lei e lui in partenza non si vorrebbero fare manco di striscio col raziocinio, mentre i rispettivi corpi si animano contro la rispettiva volontà (guest star: il pene e la vagina – anzi in genere sono i capezzoli – come dissi!). Poi cedono, poi iniziano a innamorarsi, poi riscatta l’incomprensione, poi ci si ama.
Nel mezzo bombate di ogni tipo (e in questo la Kleypas eccelle, lo ammetto).

Conclusione: leggere i libri della Kleypas è solo molto eccitante perché offre dei mini romanzetti porno con un contorno di ‘800 (o di uomini moderni con mentalità ancien regime – tié). Dal punto di vista narrativo la sorregge una scrittura media tipica dell’Harmony sì MA la resa generale delle sue storie lascia molto a desiderare perché l’interesse è dato solo 1 di 2 individui che dovrebbero costituire una coppia (fatta da due persone, lo ricordo).

Kallagiudizio:
E’ vero che tutti gli Harmony sono grossomodo simili e che si usano sempre gli stessi moduli, e la Kleypas non fa alcuna eccezione. ANZI.
Se poi mi si viene a dire che è apprezzabile perché mette assai scene di sesso nei suoi romanzi, allora riparliamone, posso essere d’accordo.
Sfatiamo ‘sto mito, la Kleypas scrive storie mediocri, solo che mette talmente tanto sesso variegato e di qualità che ti dimentichi di aver letto sempre la stessa solfa.

(* ne lessi vari altri, e la formula è – noiosamente – sempre la stessa. Qualcosa di meglio si può trovare in un paio di volumi dei quattro della saga delle Wallflowers – da noi trasformata in un lusinghiero Audaci zitelle)

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La “figlia” pietosa e il baldo “padre” coi sensi di colpa

Un’estate da Ricordare di Mary Balogh
Libro di genere romance* (sentimentale e tendenzialmente melenso che, se siete fortunate, vira anche sul pornozozzo) che, grazie alla azzeccatissima e a prova di vergogna collana Emozioni della Mondadori, potete sfogliarvi sul tram quando andate al lavoro la mattina.

***

L’estate magari i protagonisti del libro se la ricorderanno volentieri, io di questo librò me ne dimenticherò ben presto. Spero!

Lo sappiamo tutte, e anche chi non lo capisce o non lo ammette in cuor suo sa che sto dicendo la verità: noi ragazze

Sembra un libro serio da sta copertina, vero?!

amiamo leggere i romanzi storici perché sciorinano continuamente il vecchi e tradizionale canone donna sottomessa (ma perché la società lo impone)/ uomo virile e scafato (sennò è una donniucciuola); data la loro collocazione al passato il nostro senso di colpa viene meno: proiettandoci su un personaggio fittizio collocato in un tempo altro possiamo “comportarci” da donnine addomesticate e dimenticare durante la lettura la problematica e necessariamente estenuante lotta fra i sessi che ha luogo ormai da decenni. Sembra una cosa brutta da dire, ma sì, lo sosterrò sempre: anche la donna più indipendente ha sempre dentro di sé parte della cultura misogina e virocentrica propria della società che le ha generate, onde per cui è un germe impossibile da eliminare del tutto in tempi brevi.
Aggiungiamoci a questo tema l’annosa questione del complesso di Elettra, ed ecco qua il romanzo storico medio romance: lei donnina d’altri tempi che se ne deve stare al suo posto; in genere è semplicemente timida, repressa e senza esperienza alcuna – non solo in campo sessuale -, come una bambina! La ragazza ha una torbida relazione con un tizio virile ma non abbastanza da essere sgradevole, che le insegna le cose della vita – proprio come un padre!

Ora molte di voi staranno rabbrividendo a queste parole, tuttavia più che un sottile romanzo psicologico; più che un tripudio di verosimiglianza e introspettività, Un’estate da ricordare è questo: un tentativo dell’autrice di placare l’animo delle sue lettrici, dando loro la possibilità di risolvere i loro conflitti inconsci.

La protagonista del romanzo non sa fare niente di niente, è una sorta di tabula rasa di virtù, senza alcuna aspirazione. La cosa è giustificata come un “cercava di essere così perché in famiglia c’erano casini e lei voleva svettare per compostezza”; non ce ne frega niente, il sunto è che lei alla veneranda età di 26 anni non ha provato mai passione per niente: né per i giochi, né per hobby vari, né ovviamente per un uomo. Lei ammette di averci provato (come? per quanto?) ma si è risolta a volere una vita tranquilla e piatta, visto che non ci può fare niente.
Il protagonista è invece uno che ha provato tutto dalla vita. Il contratto matrimoniale è solo una scusa per far avvicinare “padre” e “figlia”, cosicché lui le possa insegnare di tutto. L’attrazione che nasce non è carnale bensì una sorta di amore “filiale”, che cresce sempre più ogni volta che lei si apre perché lui le insegna qualcosa di nuovo. Alla fine lui si arrapa per lei ma continua ad ammettere che non la trova oggettivamente bella, ha solo uno strano fascino, palesemente dovuto al fatto che sta scoprendo ora come gira il mondo. Anche Woody Allen capì il “fascino” di educare una giovane tabula rasa alle cose della vita, e infatti si sposò e bombò la figlia adottiva!

Ritornando al discorso di prima: a me va pur bene sospendere l’incredulità e la mia analiticità per leggere i romance perché, e che cacchio, anche io ho bisogno di esorcizzare i miei fantasmi. Ma quando il messaggio nascosto espresso dalla esile trama di un romance medio è servito in maniera troppo esposta, cade il sollazzo e incombe la strana sensazione di vedere un incesto autorizzato.

 

(recensione pubblicata anche – e prima di tutto – su anobii)

(* non nascondo che le recensioni che mi divertono di più, che siano libri di merda o meno, son quelle di questo genere di narrativa – o paraletteratura, come credete!)

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Che cosa hanno in comune un bibliofilo francese ottocentesco e il cinema indiano mainstream moderno?

Se vi siete letti la mia pagina Su di, sapete già perché sto condividendo online le mie tesi di laurea. Ovviamente, se citate qualcosa gradirei mi si menzionasse. Ma visto che in pratica non lo saprò mai, prendete e beatevene senza pensare troppo a ste quisquillie.

 

  • Tesi di laurea triennale in Lettere (Letteratura francese)

La donna nemica del libro? Rapporti fra bibliofilia e femminilità nell’ ‘800. La prospettiva parigina di Octave Uzanne (download)

Riassunto: Cos’è un bibliofilo? Uzanne era un bibliofilo! Cosa ne pensa Uzanne delle donne bibliofile? Nella conclusione sostengo che Uzanne  era illuminato ma pur sempre un uomo del 1800, poraccio.

  • Tesi di laurea magistrale in Lettere Moderne (Indologia)

L’evoluzione della figura femminile nel cinema indiano. La Yash Raj Films dopo i family drama (download)

Riassunto: Ho visto un sacco di film indiani recenti, ho confrontato con la visione della donna nella cultura indiana, ne ho tratto le mie conclusioni. Più in sostanza: Com’è la donna nella cultura indiana? Il cinema rispecchia la realtà della società indiana? Come rappresenza la donna, il cinema indiano (mainstream)? I conservatorissimi e mainstreamissimi family drama (nb: film da metà anni ’90 a primo quinquennio 2000s) e i macrotemi che sviluppano. La Yash Raj Films (una delle più importanti case cinematografiche indiane). Applicazione delle fregnaccie che andai a leggermi per costruire il corpo nella tesi in alcuni film della Yash Raj Films, opportunamente suddivisi per macrotemi. Nella conclusione faccio notare che i film ben rappresentano la fase di transizione fra il passato e la modernità dell’India, sottolineando che i giovani d’oggi nel “passato” ci stanno ancor bene, tutto sommato.

 

 

(tutta sta roba sarà a facilissimo uso e consumo di chiunque capiti su questi lidi per caso e si metta a smanettare fra le linguette blu in alto – per ora Su di e Robe mie. Che i miei studi mi serviranno probabilmente – SE mi serviranno – per fare un lavoro qualsiasi e non cose inerenti a gender studies e studi sulla critica sociologica del cinema. Ma nell’ottenere il mio pezzo di carta devo dire mi divertii parecchio)

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Tutti Pazzi (Per Amore?)

Come chi vede Rai1 sa, è appena andata in onda la puntata di una miniserie tv italiana che 3 anni fa mi provocò un’ondata di delizia e di speranza per il futuro mio e dei miei eventuali bimbini, ovvero Tutti Pazzi per Amore.
Oltre agli originali (solo da noi) intermezzi ballocantati ad hoc e a varie scelte narrative che rendevano il tutto molto frizzante, presentava le comuni vicende di famiglie dalle modalità così variegate da apparire quasi anticonvenzionali: la famiglia allargata, l’ex marito omosessuale e il suo conflitto col figlio, la moglie hostess che trascura il marito, la (porno)nemicizia, la nonna cinica e misantropa ecc ecc.
Certo, alla fine ogni stranezza si concludeva con una morale di “ritorno all’ordine”, ma il messaggio che l’intera serie dava era lungi dall’essere conformista, affermando che in pratica dal caos possono venir fuori delle cose meravigliose.

L'insensato e pretestuoso balletto finale sintetizza benissimo il WTF che fu questa serie

Oggi (ieri, anzi), i miei sogni si sono inesorabilmente infranti. In realtà si infransero già da mò, con l’inizio del primo episodio, quando Tutti Pazzi per Amore si è allineato con altre famose e longeve fiction di Rai1.
Se la seconda serie faceva un po’ acqua qua e là, principalmente a causa dell’attaccatura inutilmente posticcia di Neri Marcoré, questa terza inizia subito con panzanate grandi come una casa, che si sono rivelate in tutta la loro fantascientificità proprio nell’ultima puntata del 1 gennaio 2012. Una componente stravagante e credibile solo sospendendo l’incredulità Tutti Pazzi per Amore l’ha sempre avuta, ma è sempre stato un suo punto positivo il non prendersi troppo sul serio parlando di cose tutto sommato serie. Ma siamo arrivati a una degenerazione snervante. Prendo a caso l’evoluzione serie per serie di un personaggio che fu la fortuna iniziale di Tutti Pazzi per Amore, nonché quello in cui probabilmente molte ragazze e giovani donne di oggi si potrebbero identificare di più, Monica.

1. serie: (porno)nemicizia con Neri Marcoré. Monica è la caporedattrice di una rivista femminile, sfigata come poche in amore. Ama uno sposato. Poi conosce il playboy gigione dal cuore tenero Neri Marcoré. I due inizialmente si disprezzano a morte, ma un malcelato interesse corre fra loro, facendo oscillare il loro rapporto fra l’odio più profondo e l’amicizia che profuma d’amore. E poi, si trovano molto bombabili. Una sera bombano. Lui è impaurito dalle cose stabili e fugge, letteralmente. Lei è giustamente incazzata e non ci pensa proprio a implorarlo, anzi infama il suo prototipo maschile sul giornale. Lui mentre è via se la pensa e decide che la vuole davvero nonostante tutto. E finisce bene.
2. serie: (porno)amicizia con Alessio Boni (nella serie, fratello del personaggio di Marcoré – morto): dopo un’inizio in cui lei maltollera lui e lui adora lei, inizialmente Monica è un po’ infastidita dalle attenzione di una parrucchiera per lui, poi un giorno si fa un trip mentale, ha una sorta di agnizione divina in cui vede l’uomo come un Superman figoso e inizia a tentennare, e finisce bene. Nel mentre Marcoré segue dal Paradiso e dà il suo beneplacito. Segnaliamo che di mezzo c’è il bimbino di Monica e Michele. Non ricordo cose inerenti al rivista.
3. serie: arriva in scena la cugina di Monica che ha Ricky Memphis come fidanzato. Dalla prima volta che lo vede, Monica ha varie visioni in cui loro due si amavano anche in epoche passate e si inscimmia tantissimo di lui, per avendoci parlato non più di 2 ore totali. Si scopre che anche il Ricky ha le visioni. I due bombano poco tempo prima che lui si sposi, in sostanza rendendo Monica un’amante senza basi che non siano gli ormoni/la droga. La cugina si finge incinta perché annusa il tradimento (e perché deve diventare odiosa nei confronti del pubblico, togliendo a Monica e a Ricky l’onta di essere due fedifraghi stronzi). Monica si oppone al matrimonio dei due durante la cerimonia, col benestare di Ricky e il tifo di tutti i protagonisti. Poi quando la cugina cerca vendetta, magicamente le capita con un cugino dell’ex promesso sposo la stessa cosa che successe a Monica e a Ricky. E finisce bene. Segnaliamo che c’è ancora di mezzo il bimbino di Monica e Michele (Marcoré). In tutta sta terza serie la rivista rischia di venir chiusa per scarse vendite, ma Monica pensa più che altro a rimorchiare/struggersi per Ricky.

Io nel vedere che fine fece il personaggio di Monica

Altre degenerazioni di notevole riguardo:

  •  i personaggi principali del telefilm non solo hanno più figli della media italiana, ma desiderano averne continuamente (i protagonisti ne han 3 + uno in arrivo; la sorella della protagonista han due gemelli e uno adottato; la collega della protagonista ne ha se non erro 3 e decide di volerne fare un altro).
  •  la figlia dei protagonisti passa da cottarelle adolescenziale e pure un accenno di “amo mio fratello?” che fa molto giapponese-style (1 stagione), a una storia con ragazzo che si nega perché sieropositivo (2 stagione), a convivere a 18 anni con ragazzo sieropositivo, rimanere incinta volendo tenere un bambino, e trovare lavoro come meccanico mentre è incinta (3 stagione).
  •  dopo che il figlio della coppia protagonista tradisce la sua ragazza, lei non lo vuoi più vedere dipinto e non ne vuole sapere di lui; il perdono finale vede il ragazzo declamarle una poesia mentre i due si librano in aria. E lei lo perdona dicendo “E’ bellissimo”. Non tipo “sei una merda d’uomo ma mi hai passato una canna e voliamo quindi potrei considerare l’idea di ripigliarti, anche perché sarai molto bono da adulto”.

I due piccioni spiccano il volo "pooping on everything we love"

In tutto questo irrigidimento di contenuto e assurdità esponenziale di forme, di mezzo ci misero una storia d’amore omosessuale, giusto per farsi dare la bolla di serie televisiva ancora progressista, mentre in realtà il messaggio familiare/comportamentale che questa terza stagione ha voluto passare non si distacca di un tocco da quello de Un Medico in Famiglia (in cui, ricordo in breve, Ciccio e Maria si son sposati con gente massimo a vent’anni, con lei peraltro medico e bambina al seguito, e Lele continua a sfornare o a vedersi attribuiti figli).

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Il mio compagno di viaggio ne è fan!

Il tempio del Sole di Jaipur in realtà è in mano alle scimmie

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