Io non ho mai lavorato in un ufficio. Nei miei ventisei anni di vita mi sono ritrovata su banchi di scuola, università o biblioteca, in mezzo a scaffali e magazzini di grandi negozi di articoli sportivi, in case di sconosciuti per fare ripetizioni, ma in ufficio, per lavorarci, non ancora.
La mia famiglia, tutta la mia famiglia, invece è da tre generazioni che bazzica negli uffici di una nota azienda italiana dal

brrrrrrr

colore giallo(fosforescente)blu. Con un misto di fascinazione e terrore ho ascoltato per tutto questo tempo gli aneddoti più disparati sulla tristemente famosa “vita da ufficio”, anche se devo dire nella top 3 le chiacchiere maggiori sono su: veri o presunti inciuci fra colleghi, scherzoni fatti fra colleghi e, alla top 1, le immancabili battute e barzellette a sfondo sessuale assolutamente di cattivo gusto che circolano dall’alba dei tempi. I tipi umani coinvolti in tutto ciò sono sempre i seguenti: quelli che hanno scelto il lavoro d’ufficio per vivere tranquilli; quelli che l’hanno scelto per mancanza di alternative; quelli che si sono illusi sarebbe stato un posto “per un po’” e sono finiti a lavorarci per quantant’anni. Occasionalmente capitano quelli che mirano a fare carriera e si spaccano il culo, o che si spaccano il culo e basta perché o non hanno altri interessi nella vita o per inclinazione personale.

E allora, se già lo sappiamo, che interesse ci sarebbe nel parlare di The Office UK (2001-2003) citando tutto questo?
Ho letto molte recensioni su questa che sottolineavano che il successo della serie è dovuto alla riuscita tipizzazione dei personaggi e al realismo dolorosamente umano della rappresentazione della vita d’ufficio, effetto aumentato dal tipo di prodotto che veicola la trama, il cosiddetto mockumentary (ie. un finto documentario). Niente di più vero.
Se collegate i personaggi di The Office con i tipi umani che vi descrissi poco sopra, noterete che fra le Poste Italiane e una fittizia industria della carta britannica non c’è alcuna differenza.
E, per quanto riguarda il realismo, nessun film struggente d’amore potrà mai ripetere la tristissima scena in cui Tim decide di botto di dichiararsi alla sua ragazza dei sogni: si toglie il microfono e crea per un paio di buoni minuti in silenzio assordante, per poi riaprire la comunicazione con la troupe e dirle(/ci), asciutto (lui che in genere è di tante parole e ci fa ridere di lui prendendosi in giro quando dichiara candidamente di essere un fallito nella vita): “Ha detto di no, per la cronaca” (youtube). Il cuore suo va in mille pezzetti; e anche il nostro.

 

Il punto non è solo quanto sia verosimile. Anche durante la visione, mi chiedevo piuttosto perché questa miniserie mi stesse piacendo così tanto. Come ho detto, io non ho mai lavorato in un ufficio e scommetto che molti degli estimatori di The Office (stando ai commenti che lessi su imdb e in giro sul web) hanno al massimo una vaga idea di cosa succeda in ufficio. Peraltro, in tutta onestà non ho mai visto un film ambientato in ufficio che non avesse dentro qualcuno che fa carriera, o che si suicida per la disperazione, in ufficio. Perché l’ufficio è oggettivamente una potenziale palla.
Persino per tre quarti del tempo in The Office non si capisce che diamine facciano sti impiegati dalla mattina alla sera, a parte digitare sulle tastiere dei loro computer, far squillare incessantemente i telefoni e fare le cose goliardiche da ufficio tanto narrate dalla mia famiglia. Che senso ha lavorare in un ufficio? Che stimoli dà lavorare in un ufficio? Non mi sentirò in gabbia stando in ufficio? Non avrei fatto meglio a mollare tutto e iniziare l’università di psicologia a 30 anni, anziché stare in ufficio? Sarò proprio costretto a dare retta a tutta questa massa di idioti, in ufficio?

Però. Fra figure di merda, scherzetti fra impiegati in cui vince la legge di Darwin (spera di essere dal lato giusto della catena alimentare, o adeguati), lavoro forse noioso ma non troppo stressante, ust e angst a palate, arrivi alla fine del Christmas Special (The Office UK consta di 2 stagioni per un totale di 12 episodi, più due Christmas Special) e pensi: non ho ancora ben capito cosa sia lavorare in ufficio, continuo a cacarmi pensandoci, ma se c’hanno fatto un film sopra e sto qua a farmi na maratona per vederlo, può darsi che in fondo non sia poi così male.

E per chi già ci lavora, c’è dignità pur nella (eventuale presenza di) mediocrità. Ma non solo: nell’amarezza cruda di The Office ci sono comunque vagonate di speranza. Perché, come saggiamente fanno dire a Tim: “Non so cosa sia esattamente un ‘happy ending’. La vita non è fatta di finali, no? E’ fatta di una serie di momenti, ed è come, sapete, se spegnete la telecamera, non è una fine no? Io sono qui, la mia vita non è finita. Tornate fra dieci anni, vedete come me la sto cavando a quel tempo, perché potrei essere sposato con figli, non lo sapete. La vita va avanti.”

La seconda serie finisce, e abbiamo tutti le palle a terra. Finisce lo speciale, e siamo tutti commossi e rinfrancati. E se alla fine ce la fa persino l’orribile David a citare la “filosofa” Dolly Parton con un “Se vuoi l’arcobaleno devi beccarti anche la pioggia”, c’è davvero speranza per tutti, tutti i giorni, e in tutti i posti di lavoro che in cui vi potrete mai trovare. Anche in un ufficio.

 

Martin Freeman (Tim) non lavora esattamente in un classico ufficio, ma qua voleva spararsi nelle balle (tirandoci dietro rage, kittens e jam)

Un’ottima recensione flash su tumblr:
“Some show Martin Freeman was in. My sister told me to watch it. It had something to do with paper, I think. And self-awareness, self-actualisation, hope, ambition, dignity, love, change, redemption, hidden dildos, gelatinous staplers, musical hats, Scotch eggs and interpretive dance – and the comic and/or tragic lack, loss or fear of any or all of the above.

It was pretty good.”

(trad: “Un qualche show con Martin Freeman. Mia sorella mi ha detto di vederlo. Aveva qualcosa a che fare con la carta, penso. E con consapevolezza di sé, realizzazione di sé, speranza, ambizione, dignità, amore, cambiamento, redenzione, vibratori nascosti, pinzatrici gelatinose, cappellini musicali, uova scozzesi e danza interpretativa – e la comica e/o la tragica mancanza, perdita o paura di qualcuna o di tutte queste cose.

Non era niente male.”)

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(tutte le immagini vengono da http://fuckyeahtheofficeuk.tumblr.com)
(e sì, anche il wallpaper nell’header del blog rivela che finii a vedere The Office UK a causa del trauma post-Reichenbach)