“I don’t sit in while you’re running it down; I don’t carry a gun; I drive”

 

Premesse che si possono anche saltare, volendo:

Drive! Innanzitutto, provo estremo imbarazzo per la gente che andò al cinema convinta che Drive (imdb) fosse una sorta di Fast and Furious con Ryan Gosling (quello è Paul “Ken” Walker, comunque): già il poster raccontava un’altra storia, il canovaccio raccontava un’altra storia, e, per dio, ma qualcuno ha mai visto Ryan Gosling recitare in una tamarrata (come lo vorrei!! – fra parentesi)? Anche se recitasse in Battleship 2 – la vendetta delle ruote volanti incazzate , la sua presenza sullo schermo sarebbe assolutamente da Oscar, si sa. Ok, in realtà non era un punto primo, ma un “iddioryangosling!!!” – parte 2.

Secondo tutto: io ho studiato un po’ di cinema, ho studiato un po’ di semiologia, ma tendenzialmente faccio cacare in entrambe. Non sono una vera critica (né di cinema né di libri). Ho qualche competenza, ma non sono una specialista. Amo saperne molto,  non sapere tutto. Approfondisco, ma poi mi annoio e lascio perdere. Ho un amore estremo per i filmoni catastrofici americani e tendenzialmente mi vedo tutte le commedie sentimentali dell’anno, mentre il filone Dogma mi fa cadere le palle dalla noia, e non capisco quelli che non vedono l’ora di vedere film di cui san già dall’inizio che non capiranno un emerito (roba che serve un manuale di istruzioni per decifrare la trama).

Sono anche della scuola di pensiero che dice che, sì, trama e contenuto sono ovviamente connesse, tuttavia non sempre l’autore è pienamente consapevole di quello che sta realizzando (e si creano così seghe mentali assurde su “cose che l’autore ics stava cercando di dirci tramite la resa stilistica del testo ics”, a cui l’autore risponde “mi piaceva e basta”). Stavolta invece mi pare non troppo clamoroso focalizzarmi (pur con le mie carenze) sulla forma, perché la trama è estremamente semplice e potenzialmente banale (in breve: tizio fa il lo stuntman/meccanico di giorno, di notte il corriere che guida da dio. Ama una tizia. Il marito della tizia esce di galera e finiscono tutti nei cazzi. Il placido volenteroso driver è costretto ad agire); quello che fa fare il salto di qualità a Drive è proprio la forma, la sua resa estetica. Mi è capitato film senza forma apparentemente pensata, così come film di sola (complessa, intraducibile) poetica estetica, senza in realtà niente da dire. (ho già detto che odio le cose oniriche e cervellotiche, se non sono fatte estremamente bene o con un’unghia di affetto nei confronti di quel povero stronzo dello spettatore? Mai abbastanza). Questo non è un film del genere.

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Il vero intro:

Io i film rarefattamente ermetici e minimalisti li odio.
Sarà che non ci arrivo, sarà che spesso mi sembrano delle maniere hipster per fare film che in realtà non vogliono dire una cippa (un po’ come fare foto con Instantgram a oggetti inutili con filtro ad hoc, quale poesia! – da non confondersi con le foto ai tramonti, che sono solo banali), tendenzialmente quando mi ci imbatto mi viene da grattarmi dall’inizio alla fine (cosa mi gratterei non ve lo dico) e finisce che, che siano film indipendenti o d’autore, li prendo sempre con le pinze, se li prendo.

Invece Ryan Gosling lo adoro.
Sin dalla prima volta che l’ho visto, adulto (velo pietoso su lui adolescente in Young Hercules), in un film qualsiasi (era Half Nelson, lo ricorderò sempre), mi ha colpito come un treno in corsa. Bono è bono, ma ce ne sono tanti boni quindi non questa la discriminante. Il fatto è che ha uno stile di recitazione calcolato e finto-dimesso: non strafà, non batte i piedi per farsi notare, non fa manco troppo il figone (lo è già, a che je serve?); ha una sorta di placido carisma naturale che gli fa fare con (apparente?) semplicità qualsiasi parte, dall’insegnante da ghetto con problemi di tossicodipendenza e idealismo (è un problema anche il secondo, sì), allo psicolabile volontario, al gigione tombeur de femmes redento (anche io mi redimerei per Emma Stone), giusto per citarne alcuni. Fra lui e Justin Timberlake, quella fabbrica di ragazzini futuri complessati che è il Disney Club vorrei un sacco ringraziarla per i giovini attori di cui ci rifornì.

E, per questo, grazie a lui, ci ho provato.

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Andando al sodo. Non so se sia stato Ryan Gosling oppure il fatto che me lo sono visto sdraiata sul letto, col Notebook (ahah!) sulla pancia e di conseguenza lo schermo (e le casse) a pochi centimetri di distanza, ma l’esperienza estetica che ho provato guardando questo film ermetico e minimalista è stata estasiante.

Si nota già dal punto di vista, che non è nebuloso e vago come alcuni film di questo genere: i pdv sono generalmente del protagonista, un uomo senza nome che è silenzioso e parla solo proprio quando deve (un sogno, insomma!), ma ci comunica in maniera molto intensa tutte le sue (crescenti) emozioni tramite i movimenti del corpo (magone, tremolii impercettibili). E’ insomma una resa della narrazione molto introspettiva. Questa carenza di dialoghi non solo rende l’atmosfera come sospesa, di attesa, ma conferisce anche al protagonista una gravitas non indifferente (in parole povere, lo rende un gran fico).

Visto che la corporalità è il punto di vista sono così centrali nella narrazione, era davvero davvero necessario, oserei l’unica maniera per non banalizzare o rendere noiosa questa scelta, supportare il tutto con una resa visiva adeguata. Al di là dell’evidente tributo ai crime movies anni ’70, la fotografia instantgram-matica del film, ora notturna e placidamente inquietante, ora ricca di toni rossicci o ambrati, aspira a riflettere le sensazioni sensoriali del protagonista, non solo a essere parte della scenografia. Un esempio lampante è la sequenza in cui il giovinotto porta madre e bimbino in una innocente gitarella in auto: i colori diventano particolarmente “pieni”, e la luce sovraesposta (c’è un sole deliziosamente accecante e la macchina scintilla!), quasi a intendere che il protagonista vive questo momento per lui così inusuale come una sorta di sogno idilliaco, sospeso fra realtà e fantasia. E’ infatti l’unica parentesi totalmente “bucolica” del film, che in genere è invece permeato di una cruda e impietosa realtà (da b movie, oserei dire) (fate caso, le uniche due sequenze abbaglianti di luce naturale sono questa e… il finale. Il simbolismo è meraviglioso).

L’altro momento in cui avviene un contrasto di luci molto forte è ovviamente quella del bacio, che è effettivamente molto raffinata; quando un anno fa gente già vedeva questo film e ne rebloggava video e caps, ero rimasta sorpresa dalla resa visiva del momento. Sbagliavo. Introdotta all’interno del film, la scena è molto molto meglio. Anche qua avviene una sorta di sospensione di trama e dilatazione del tempo che fa un po’ pensare alla Recherche proustiana: il bacio sembra durare un’infinità, le luci calano come per magia escludendo dalla (potenziale) vista dei due ogni cosa che non siano loro, in quel momento; il protagonista esprime finalmente tutta la tenerezza che prova nei confronti della ragazza, sia approcciandosi a lei pian piano, sia, inconsciamente (?), “proteggendola” col proprio corpo, letteralmente parandosi davanti a lei, rispetto al punto di vista del potenziale aggressore. Poi le luci tornano normali, la velocità di narrazione torna normale, se non più veloce del normale, durante l’efferato confronto fra il protagonista e il killer mandato a farlo/li secco/chi. Questi due singoli particolari momenti fanno sì che, benché non si veda il momento in cui il protagonista si innamora della ragazza, né tantomeno ci venga da lui detto molto su ciò che lui prova per lei (salvo che è voglioso di rischiare le penne pur di proteggerla, ma vabé, quisquillie), sia chiarissimo il motivo per cui l’ha tanto a cuore: vede lei come motivo di salvezza, come l’unico squarcio di tenerezza in una realtà troppo dura, la speranza in un futuro migliore [1]. Ma, paradossalmente, è proprio a causa sua che, generalmente faccia imperscrutabile e nervi di ferro, prova paura: ha infatti qualcosa da perdere.

 

Altra componente “da sturbo” sono le inquadrature: a parte le da me amatissime caps in cui la gente si vede due volte riflessa da specchi (che possono essere i classici specchi da casa, come gli occhiali da sole, come i vetri dell’auto), la scelta solo sporadica di focalizzarsi su dettagli dell’ambiente o di corpi delle persone non fa altro che aumentare, per brevi intensi istanti, la carica emotiva del film. In particolare, sono rimasta folgorata da quella che passerà alla storia (!) come la “scena del martello”: il protagonista entra con aria estremamente BAMF col suo martello, pronto a far cacare in mano il tizio. Ma ogni inquadratura da vicino che gli viene rivolta, mira a far vedere il timore, la frustrazione, il desiderio di protezione (altrui) che letteralmente gli scuotono il corpo. Anziché risultare posticcio e pretenzioso e meramente pulp, il focalizzarsi sul tremolio della sua mano, sul momento in cui una goccia (di lacrime? di sudore?) gli cade dal volto, sulla mano che si torce, nervosa, sotto il guanto di pelle (oh, è un mio fetish, abbiate pietà), fa percepire in pieno lo strazio e la confusione, la rabbia e l’ira del protagonista. Una sorta di contraddizione in atto il cui motivo non è espresso ma chiaro.

[Lui è uno che non prende parte ai crimini, è in genere super partes, lui, semplicemente, “guida”. E’ un ruolo non suo, quello del vendicatore/salvatore. La sua vita, i suoi lavori, sono sempre nell’ombra: meccanico in officina (i meccanici lavorano sempre sotto le auto, e non si vedono, o sotto le alto alzate, e non si vede la faccia), stunt-man (fa l’ “ombra” del protagonista, peraltro indossando una maschera!), corriere notturno (non si sporca mai le mani, non fa il palo, non porta la pistola). Ma, per proteggere ciò che ha più caro, agisce in prima persona: se inizialmente vendica il suo mentore/(doppio)datore di lavoro di notte, indossando proprio la maschera che usa quando fa gli stunt, la vendetta finale, atta a liberare da ogni pericolo la ragazza che ha a cuore, la esegue in pieno giorno, e senza alcuna maschera.]

E, infine, anche la resa audio concorre alla realizzazione intimista del film. Al di là dell’azzeccatissima colonna sonora di cui credo bene si sia parlato in lungo e in largo, l’assenza di fiumi di parole, i famosi silenzi del film, danno la sensazione di “silenzio assordante”, soprattutto quando in sottofondo si sentono rumori ambientali, o di oggetti che si muovono in scena, o di sangue che schizza, secco o copioso. Ora, non so se il volume fosse particolarmente alto in questi momenti o semplicemente se avevo il laptop troppo vicino a me, comunque sia sti suoni mi sono rimbombati nel cervello, rimanendovi dentro.

Insomma, magari è un film un po’ indie, ma sicuramente non il solito (borioso, e palloso, e “che cazzo vorrà dire?” “batti cinque, tu che mi capisci, e fanculo gli altri”) indie movie. Nel suo raccontare cose in maniera sommessa e con poche parole (più che altro rantoli), ci dice di tutto e di più.

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[1] taccio (…not!) sull’ennesima rappresentazione della protagonista bionda e dall’aria adolescenziale, pura e timida come positiva donna salvifica, ancorché madre-coraggio, responsabilizzata sin da giovane e apparentemente non pentita di aver sfornato un pargolo così presto, frutto del suo amore per un uomo da niente VS la rossa donnaccia cattiva, che fuma ed è un (bel) po’ volgare, che, ovviamentemente, mentre si trucca di rosso le labbra (simbolo di puttanaggine), finisce malissimo. In sto film ci sono solo due donne che risaltano, a parte le donnine dei camerini. Ci feci 200 pagine di tesi su sto argomento, e cmq non è di questo che volevo parlare in questa sede (ma forse dovrei limitarmi a parlare sempre e solo di questo, ho il sospetto). Il sunto è: la morigerata donna “madre di famiglia” va bene, quella appariscente e disinibita se la piglia sempre lì.

 

[foto] il poster lo rubai a google, le caps sono mie:

#1 la macchina che scintilla; #2 inquadratura bamf bellissima (che segue lui che trema tutto, che splendore!); #3 e #4 sono una debole e vile creatura che va in brodo di giuggiole per i giochi di specchi.