Nota iniziale introduttiva: mi piace viaggiare e sono una persona piuttosto aperta e curiosa ma non sono una robboviaggiatrice pronta a tutto; so cose dell’India e ci feci pure una tesi di laurea ma non mi ritengo una tuttologa in materia. Scopo di questo resoconto è solo ... resocontare, dando in primo luogo mie impressioni personali, miei giudizi e pregiudizi (sfatati o non), più piccole informazioni di cultura eventuali che so.

***

Se chi ben inizia è a metà dell’opera, appare vitale commentare in sintesi i vari paragrafetti della Lonely Planet , guida che ci accompagnò lungo il nostro viaggio in India (nota bene: avrei preferito forse la Routard ma l’aggiornamento del 2012 era disponibile solo in francese e non c’avevo voglia), in cui gli amici compilatori di guide si propongono di insegnarvi l’arte dell’uso dei soldi in India.

Ebbene, come tante facilonerie che vi ho trovato, cio è:
– di vitale importanza;
– irrealizzabile senza solide basi (aka una reale permanenza in loco).
Vale a dire: scordatevelo di non essere impapocchiati sin da subito; non so se è per lo sguardo spaurito o troppo attento che avrete girando per strada, per l’odore dell’indecisione o della paura che emanate, o semplicemente perché girate come dei babbazzi con la guida in mano (nota bene: è sempre bene evitarlo, ottimale sarebbe studiarsi le cose prima, o la sera prima), l’indiano medio i primi giorni vi inquadra subitissimo: siete dei niubbi dell’India. Non sapete le regole che vigono. Ergo, proviamo a fregarvi. Questo, sia chiaro, vale usciti dall’Aeroporto Internazionale Indira Gandhi di Delhi così come dalla stazione di Roma Termini (forse a Roma è anche peggio).

***

Venendo alla mia esperienza personale. Bypasserò  la mia esperienza con il mitico Hotel “ho pianto la notte” New King, sintetizzando così: è vero che il quartiere di Paharganj è il più “vicino al cuore dell’India”. Tuttavia, e non è per l’aria insalubre e ricca di malaffare che si sente di primo acchito, solo in due righine la Lonely Planet si ricorda di dirci che è una zona in cui si spaccia, in cui c’è il più alto tasso di prostituzione della città, e cose carine così. E’ anche relativamente vicina al Red Fort eh, ma per inciso, è l’unica zona di New Delhi (e non) in cui ci fu proposta la simpatica truffa del “il mio tuk-tuk non può portarvi all’hotel che mi state indicando sulla mappa, vi porto prima all’ufficio turistico!”. La Lonely Planet per fortuna si era soffermata più e più e ancor più volte sul fatto che l’unico vero ufficio turistico di New Delhi si trovi a Connagauth Place, e che in ogni caso se persone random dal nulla cercano di portarti in un ufficio turistico stanno cercando invece di gabbarti in qualche modo.
Il sunto è: se appena arrivati in India fuggite da quella zona, non è che “Non volete vedere la Vera India” (cit.); semplicemente, visto che sapete già che il primo impatto sarà piuttosto brutale, è meglio non iniziare con… il “meglio”!

(Le citazioni sono sempre di Lucky, “gentile” gestore del New King. Ne troverete di più belle nelle recensioni più recenti presenti su tripadvisor. Nota: io usai hostelbookers…)

Tornerei quindi sul versante alberghi portandovi prima un po’ di acqua calda. Sapete, era il primo viaggio extrauropeo che facevo, e extraeuropeo in zona in via di sviluppo (checché il mondo sia pieno di ingegneri, astrofisici, e sì, anche venditori di rose e tassisti indiani), e devo dire che mi sono un po’ buttata sperando che la metodologia che avevo sempre usato viaggiando in tutta Europa funzionasse. Sapete, la standard in cui si incrociano ossessivamente pareri sul web, si prenota l’albergo e si va tranquilli.
Qui non funziona.
La prassi per scegliere il proprio pernottamento in India è sempre tassativamente la seguente:
1. scegliere budget, tipo di comfort richiesti, zona
2. consultare la guida
3. andare in loco
4. chiedere di farti vedere una stanza
5. se la stanza non piace per vari motivi (chessò, scarafaggi, lenzuola sporche di cacca, porta che va giù con un sospiro ecc…), o te ne fai far vedere un’altra (se i motivi sono i precedenti non penso manco serva), oppure si saluta allegramente e si torna al punto due per le volte necessarie.
Quello che posso dire con certezza è che, mediamente, una doppia decente verrà a costarvi circa 15 euro in tutto. Per meno di così, meglio portarsi lenzuola, spray antibestie e trappole per topi, farsi vaccini contro la qualsiasi, prepararsi a spostare i comò davanti alla porta d’ingresso, e soprattutto fare scorta di qualche santino, di qualsiasi religione. Di più religioni è anche meglio.

più della guida vi servirà QUESTO

Detto ciò, torniamo indietro e usciamo dal fighissimo aeroporto di New Delhi: altro che P.G., la “Vera India” la vedrete già qua: siate pronti ad iniziare le vostre contrattazioni per il trasporto locale!
Sui vari mezzi di locomozione ho speso qualche parola nel post introduttivo. Sulle contrattazioni, beh, quella è un’arte da imparare pian piano. La linea guida è la seguente: di media, i guidatori vi fregheranno alla grande perché già tengono conto del fatto che la vostra moneta sia molto più forte della rupia, e che quindi sarete disposti a spendere e spandere pezzi da 100 rupie come se fossero acqua. (E vabé, anche che siete dei turisti stanchi e ciolle umane, chiaramente)
…Peccato che, sì, 100 rupie sono poco più di un euro (nel giugno 2011 1 euro = 66 rupie), ma 100 rupie è anche il prezzo medio di un pasto completo per un indiano in un ristorantino turistico non esoso. Compreso questo, avrete già molte risposte. Il motivo per cui vi dico in lungo e in largo di stare calmi è che il valore dei soldi effettivo si capisce solo in loco.

 

Qualsiasi tuk-tukista vi sparerà le consuete 100 rupie standard (contano sul fatto che diciate sempre sì al loro prezzo, o che non abbiate banconote più piccole – al cambio non le danno mai e infatti anche se sospettavo cosacce non ho potuto esimermi da dare pezzi da 100 il primo giorno). Alcuni pure 200. Ebbene, per un trasporto dall’aeroporto al centro città tutto sommato 100 rupie sono un prezzo più che onesto. Di conseguenza ve ne chiederanno sempre di più. Se non siete ancora in contrattazione-mode (non preoccupatevi, dopo una settimana sarete pronti a sputare in faccia a chi sgarra di 5 rupie) “sucatevi la cucuzza” aspettando tempi migliori. Sennò: benvenuti, e inizia la “calorosa accoglienza” (cit Lonely Planet) del popolo indiano ai turisti.
Nota bene: si potrebbe usare per il taxi o la macchina privata ma, a parte che costa l’ira di dio, onestamente la distanza non è così eccessiva, è uno spreco di soldi! (inoltre, i tuk-tuk sono caratteristici e carini: aspirerete galloni di smog e sporcizia, ma ne vale la pena!). Meglio usare mezzi di locomozione altolocati per le lunghe distanze!

Ma dunque, alla fine, in che hotel siamo approdati? Dopo la mattinata passata fra tassisti prenotati disonesti (il tuk-tuk per l’aeroporto lo abbiam preso al ritorno!), mance esosissime senza saperlo, e il temibile Hotel New King (ho già detto di non fidarvi delle complessive buone recensioni di hostelbookers?), col Metodo Infallibile siamo alfine arrivati all’ Hotel la Sagrita (nome molto indiano, sì), che è ben sopra il nostro budget alberghiero ma che è in un quartiere super rispettabile (Sunder Nagar), ha l’aria condizionata, ti servono da mangiare ed è molto pulito. Stanze grandi ma spartane, però onestamente non chiedevamo di meglio dopo ore di viaggio aereo e un esordio così col botto.
Passammo diverse ore a grattarci la pancia a letto navigando su internet dal cellulare (cosa molto indiana lo so), e poi andammo all’avventura (a PIEDI)(nota: non osate in piena estate fare una cosa simile!) verso la zona del Red Fort.

***

Una breve nota extra sulla prima impressione (perché a New Delhi ci saremmo tornati due settimane dopo per tre giorni e, vi giuro, dopo aver visitato città più povere e polverose, e soprattutto, arrivando dall’oscena Agra, vi sembrerà di essere in una città del futuro). L’ho letto per l’università e giustamente per questo mi è rimasto dentro solo l’impressione che mi aveva dato leggendolo, ma quando Moravia e Pasolini andarono in India per la prima volta, il nostro amico Pier Paolo tirò fuori dall’esperienza il suo libro-reportage “L’odore dell’India”. Se siete abituati almeno un pochino a viaggiare, questo già lo saprete da voi: anche più delle cose tipiche che avrete visto in foto prima di recarvi nei luoghi dei vostri desideri, in realtà quello che ricorderete più vivamente, con cui vi scontrerete sin da subito e che caratterizzerà maggiormente la vostra permanenza sarà l’odore del luogo in questione. I posti sono un po’ come le persone: possono essere belle o brutte, ma hanno tutta un’essenza particolare e specifica che le rende perfettamente distinguibili (per quanto mi riguarda, ad esempio, ci sono persone che hanno odore di pelle intollerabile, altre che sanno “di casa” e che mi bendispongono – anche che non conosco o con cui non ho confidenza!).
Usciti dall’aeroporto è proprio questo che vi farà più impressione; con la vostra auto o il vostro tuk-tuk attraverserete a velocità spericolate, mosse azzardate e millimetriche (in una stessa estate sono stata in India e in Turchia, e sono sopravvissuta – lo ricorderò sempre), sin da subito, parti clou della città. New Delhi è divisa per quartieri, ma alcuni aspetti si ripetono e/o sono frequenti in tutta la città o addirittura in tutto il Paese: il rumore incessante del traffico e dei clacson, una sensazione di placida decadenza che tenta di essere tenuta su… e l’odore. Se dovessi richiamare alla mente cosa rievoca di preciso l’odore dell’India, direi di sporco e terra (asfalto, questo sconosciuto), il tutto cotto dall’afosissimo sole tropicale, e intensificato dal numero spropositato di macchine, persone e animali che bazzicano per strada. A primo impatto è quasi insopportabile, e la sensazione è tipo soffocare in un’orgia odorale di natura umana e animale allo stadio primitivo; non sarete mai davvero pronti ad incontrare una simile realtà, e sospetto che, anche se tornassi in un luogo simile, o lo stesso, una seconda volta, la prima impressione sarebbe sempre la stessa: ti stupisci di come tutta questa gente sopravviva in questo tanfo. Ti chiedi come tu sopravviverai per le settimane che starai lì. Ma poi passerà del tempo e… ci si fa assolutamente l’abitudine.
Il primo giorno è comunque troppo presto per questo genere di discorsi, è ancora il tempo di “Dove sono finito?”, “Come farò a non farmi perculare?” “Perché non ci sono continuamente incidenti stradali?” “Wow!” e “Mamma!”.

Con questi presupposti, il pomeriggio dell’8 giugno, nostro giorno di arrivo a Delhi, abbiamo fatto ben poco, come ho detto. Dopo aver speso uno sproposito in tuk-tuk (3 euro circa, per la cronaca), abbiamo visitato il Red Fort: le foto le trovate su google, i turisti per entrare pagano il 100% in più degli indiani, già qui iniziò il nostro essere “rockstar” (vd intro), davanti al Red Fort c’è una moschea che era chiusa ma da fuori era molto bella. Al tramonto il calore è molto più tollerabile ma, meraviglia delle meraviglie, l’odore è davvero sempre lo stesso.