(aka, un tentativo di recensire Il regno dei lupi di George R.R. Martin gone bad.)

Non so come sia possibile, ma in questa saga ogni libro è sempre più bello del precedente.
Questo terzo tomo (in realtà prima metà del secondo tomo della saga effettiva) in realtà mi strizza l’occhio sin dalla sua struttura, perché infatti la maggior parte dei POV sono quelli dei miei personaggi preferiti in assoluto, per il momento: Arya e Tyrion.

E’ impossibile per la giovinetta tomboy con smanie di indipendenza e intraprendenza che è in tutte noi non rivedersi nella bimbettina Stark; che abbiamo visto scuotere la testa in segno di diniego quando il padre le prospetta un futuro da regnante “passiva”, sposa di un potente cavaliere; o che, mentre la sorella maggiore perde tempo a cucire meravigliosamente o a sbavare su cosiddetti buoni partiti (Jeoffrey? Ahah!), gioca alla lotta e chiede di essere iniziata all’arte del combattimento.
Arya è una bimbina; come tale, con le cose efferate che accadono a lei e alla sua famiglia, ha spesso titubanze, e non sempre riesce a mettere in pratica gli insegnamenti del suo indimenticabile maestro. Ma uno in particolare stiamo vedendo che se lo sta inzuccando a mò di mantra: “La paura uccide più di mille spade”.
Non dubito che sarà il suo coraggio, in futuro, a essere un perno centrale per la salvezza di Grande Inverno, e non solo. Per ora comunque, assistiamo ad una sua fase di “preparazione” e allenamento, voluto o meno (sigh!) che sia.
Deprimente il fatto che così sia anche per il fratellastro Jon Snow; purtroppo la mestizia è che il suo personaggio, sulla carta così intrigante e potenzialmente interessante, ha per ora una delle storyline più noiose di tutta la saga. Ronf.

Ma veniamo a Tyrion. Com’è noto la saga di Martin non ha un vero protagonista perché, come nella vita, i protagonisti sono tutti… come nessuno. Ma, anche qui, nell’umanità che presenta individui più o meno memorabili, ce n’è sempre qualcuno che spicca per un qualche motivo.
Tyrion è affetto da nanismo. E fin qua, niente di nuovo sul fronte. I nani sono da sempre un elemento decorativo piuttosto presente, sia in narrativa, che in pittura, o nel cinema. In genere sono il momento comico o il momento amaro della narrazione, perché rappresentano l’evidente diverso, che quindi o si deride o si compatisce. E questo Tyrion, pardon, Martin lo sa sin troppo bene. Difatti, proprio per questo, il nano è tutto ciò che i nani sono sempre stati nel canone, ma in maniera estremamente consapevole… ottenendo così un risultato opposto a quello del canone. Tyrion è amaro, perché, cribbio, la vita è amara: figlio di un re ricchissimo, nessuno gli ha mai indorato la pillola, ricordandogli anzi costantemente che ricco, potente, è e sarà sempre un nano. Si può dire che abbia dovuto bypassare del tutto la fase della sognante ignavia infantile e sia stato sin da subito gettato in pasto al lampante realismo dell’esistenza umana; lo puoi sfuggire col pensiero, oppure affrontare con l’azione: Tyrion l’affronta col pensiero, e (quando può) sfugge l’azione. Se il suo scopo è morire a 80 anni con il pene in bocca a una donna bona e lasciva (cit. non letteralmente), di sicuro, in una corte così incline ai sotterfugi, avere un gran cervello è l’unica risorsa utile.

Tyrion è anche estremamente divertente. Ma non ha una di quelle comicità stupide e fantasiose; il suo cinismo divertito ha una doppia valenza: da una parte è inevitabilmente un meccanismo di autodifesa; dall’altra, è una grande alzata di spalle agli aspetti più amari della vita. Tyrion ti dice brutalmente le cose come stanno, seppur con costruzioni grammaticali e logiche raffinate. Ciò forse spiazza, atterrisce in certi casi, ma, se si guarda bene al risultato delle sue parole, dà grande forza. Il mondo fa paura perché in gran parte non è facilmente (o del tutto!) intelligibile: la natura, le persone, il futuro; non ci si capisce una cippalippa. L’unica marcia in più che si può avere è appunto avere una certezza; e Tyrion lo dice a Jon Snow: lui è un figlio bastardo, così come Tyrion è un nano. E’ ciò che sono. E’ una marca molto forte. Questi, che potrebbero essere dei punti deboli, sono invece dei punti di forza, perché sono punti saldi della loro esistenza di cui fare tesoro, e da cui eventualmente partire per allenare la parte migliore di sé.

E, scusate, arrivo ad un punto non meno importante. Tyrion ha una passionalità pura e sensuale che ogni altro personaggio della saga si sogna. I fratelli incestuosi zompettano come fosse un gesto di onanismo nei confronti della loro schiatta. Kal Drogo e compari bombano animalmente, seguendo il canto del sangue. Sospetto Ned abbia procreato pensando all’onore o amenità simili, conoscendolo. Ogni altro atto sessuale che ci viene proposto ha sempre un sottotesto di deboscio e dissolutezza fine a se stesso, senz’anima.
Tyrion ama con tutto se stesso, con un edonismo che, lungi dall’essere solo fisico, è anche estremamente emotivo. Dei molti membri in tensione di cui abbiamo letto, quello di Tyrion è evidentemente solo un punto di partenza per un coinvolgimento a tutto campo. Lui scopa, tanto e bene; come mangia, tanto e bene. Come nutre il cervello coi libri, tanto e bene: è la sua personale maniera di celebrare la vita, in tutta la sua pienezza.
L’ardore che prova per le donne che sente di voler possedere, davvero lo sente fino alle budella: è infatti l’unico maschio che vediamo in un atto sessuale sì preparatorio al sesso a due, ma anche squisitamente altruista, come il cunnilungus. E ne gode un sacco, nel farlo. Lui le donne le ama, il sesso lo ama, ama l’opulenza, ama la vita…

…quella vita umana che sembra disprezzarlo sin dal momento in cui è venuto al mondo, destinato alla deformità e alla derisione.
Amare profondamente per scacciare ed esorcizzare l’odio che ti coinvolge tuo malgrado. Tyrion è davvero un maestro di vita.

Il momento in cui Tyrion divenne l'idolo di tutti nella serie tv

A conti fatti, più che il nano, il suo è semmai il ruolo dello scemo del villaggio che, ridendo e scherzando, svela le menzogne del mondo. L’unica differenza è che Tyrion scemo non lo è di striscio, e che lui nelle dinamiche del villaggio è immerso sino al collo, da sempre.

(recensione pubblicata anche su anobii)

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